Un lavoro disgustoso serve per apprezzare meglio ciò che si ha al di fuori di esso.
Chi non è in grado di cogliere questa differenza, è morto senza accorgersene.
Dopo moltissimo tempo che non dedico due righe a questa pagina, torno solo per diffondere l'ennesima rivoltante dimostrazione del degrado totale dell'informazione in questo paese.
Vedere questo minuto e mezzo dovrebbe illuminare tutti coloro che ancora si illudono di trovare un qualche valore nella TV (pubblica o privata che sia). Non esiste nessuna giustificazione a questi novanta secondi fuori dalla realtà. Non funzionerebbe neanche come sketch di satira.
PS: non so in base a quale cazzo di logica splinder abbia deciso autonomamente di inserire la pubblicità di google su questo blog. Continuo a disattivarla e si ripresenta, potrebbe essere un buon motivo per chiudere il blog.
Lo so che non è colpa sua, so bene quali siano i perversi meccanismi che selezionano le società esterne per questo tipo di servizi. E' sotto gli occhi di tutti il drammatico scenario lavorativo che si offre ai giovani, freschi di diploma o laurea. Spesso si costringe un dottore in medicina a diventare operatore di un call center di una società assicurativa, o un laureato in chimica a vendere telefonini, etc. etc.
Ma quando un "tecnico" del nostro helpdesk (quello preposto all'assistenza alle nostre dotazioni informatiche), in mail, mi chiede il numero di serie della mia doping station, io, che devo fare???
La vita è un mare di vernice in cui navighiamo a vista. E non possiamo evitare di sporcarci, o di tirare su, di tanto in tanto, una grossa sorsata.
Gli amici e gli amori galleggiano qua e là come grosse schegge dello specchio che abbiamo infranto alla nascita.
Non cerchiamo la terra, l’approdo, cerchiamo il nostro volto.
L’aria di Roma il primo di ottobre è una calza umida appesa ad asciugare. Testimone di carne sfilata, di passi svelti e facce affannate. Dell’odore dolciastro dei rivoli lungo i marciapiedi, degli scoli intasati di aghi di pino e cartacce.
Ho questa pressione che infuoca le dita, gonfia le mani e pulsa alle tempie. È bisogno di scrittura, di rilascio. Questo gioco a due mani è diventato per me come espirare, parole e storie si accumulano dentro come aria stantia. Fremono e rigurgitano di continuo, devo lasciarle andare. Devo dare loro spazio, carta, vita.
È una sofferenza, è un sollievo, è la prova che il pensiero non si arrende e che vuole rovesciare il suo secchio di vernice in questo mare infinito.
C'è in particolar modo un passaggio inquietante, che mi fa pensare quanto sia labile il suo equilibrio mentale e mi fa temere per quello di metà degli statunitensi (se la seguiranno), il passaggio è il seguente:
La governatrice dell'Alaska, che in passato ha definito la guerra in Iraq "un compito indicato da Dio", si dice poi "convinta che vi è un progetto per questo mondo e che questo progetto sia per il bene". "Penso che vi sia grande speranza e grande potenziale per ogni paese - afferma - per vivere e veder protetti i suoi diritti inalienabili che sono dati da Dio. Credo che questi siano i diritti alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità. Questo, a mio giudizio, è il grande piano del mondo". Si tratta dei tre diritti affermati nella Dichiarazione d'Indipendenza americana.
Avete mai provato imbarazzo nel ricevere un regalo? Sono sicuro di sì, è inutile mentire. Spesso la gente, parlo solo di quella in buona fede, non si preoccupa davvero dei gusti del destinatario. Con presunzione, autostima eccessiva e generosità fuori luogo, assume di aver scelto l’oggetto più desiderabile in assoluto. Come una bottiglia d’acqua a un disperso nel buco del culo di un deserto, una confezione di preservativi con ritardante all’adolescente che ha in programma di scolare finalmente la pasta o un'improvvisa scarica di diarrea a un neo carcerato cui il Maschio dominante ha deciso di dedicare per la prima volta le sue calde attenzioni.
Questa inopportuna sicurezza non sarebbe così grave se il presente fosse qualcosa di transitorio, opzionale, occultabile, o facilmente inutilizzabile: un bracciale, una maglietta, una penna a sfera, un pessimo CD musicale. Il discorso si fa diverso quando si invade il campo minato dell’oggettistica: quadri, suppellettili, soprammobili. Se non si hanno indicazioni precise, magari grazie a una talpa, questo ambito è tabù! E’ un regalo che implica l’esposizione, impedendo la diplomazia di un disgusto ben dissimulato.
“Ti è piaciuto il quadro su plastica del pagliaccio che ti ho regalato? Come mai non l’hai ancora esposto?” [Odio i pagliacci!]
Oppure: “Come ho visto quest’angelo di ceramica ho pensato a voi, al vostro arredamento. Penso sia perfetto!” [Mai avuto angeli, neanche di pongo, in casa mia. Mai avuto oggetti di ceramica, neanche riproduzioni di tette, in casa mia.]
“E questa splendida stampa moderna con la cornice dorata, è perfetta accanto a quella stampa in bianco e nero che avete sulle scale! Come mai non l’hai ancora appesa?” [Perché, cazzo, quella era una riproduzione de “Las Meninas” di Pablo Picasso e lo schifo, incorniciato ORO, che ci hai regalato è al massimo di Paolo Picazzo.]
Infine, porgendoci con orgoglio un’orrenda statuina di legno (di nuovo tinto oro) rappresentante una via di mezzo tra un faraone e uno scriba: “Col vostro arredamento, così..., così..., ecco, africano, penso sia perfetta! Dove la metterete?” [Un’idea di dove metterla ce l’avrei pure, ma è troppo piccola e si perderebbe di certo.]
E poi, alla visita successiva: “Come mai non l’hai ancora messa da nessuna parte? Che, non ti è piaciuta?” finendo con tono sospettoso e mezzo offeso. Se avesse aperto lo sportello dove teniamo i sacchetti della mondezza avrebbe potuto ammirare lo scriba/faraone in tutto il suo splendore. Anzi, strano che non abbia cercato anche nei nostri cassetti, visto il livello di empatia stabilito, non vedo perché trattenersi. E’ come se fossimo già una sola cosa, o una sola casa.
Ma dico io, siamo sull’orlo della recessione (a voler sembrare ottimisti), ci sudiamo ogni centesimo risparmiato, perché cazzo la gente continua a perdere occasioni di tenersi i soldi in saccoccia? Perché non evitare imbarazzi reciprochi?
Lo scriba/faraone, il putto con le ali di coccio, il pagliaccio di plastica perché non te le metti a casa tua?
Ma è davvero giusto affermare che a caval donato non si guarda in bocca? Perché se io non sollecito alcun regalo, se a me non interessa ricevere, perché devo essere costretto a far buon viso a cattivo gioco? Per educazione? Per il quieto vivere?
Ma è educazione anche evitare imbarazzi negli altri, o sbaglio? Se mi regali un pupazzo di Giuliano Ferrara di gomma fucsia a dimensioni naturali, poi non puoi chiedermi perché non lo piazzo al centro del salotto. E se lo fai, sarà mio diritto mandarti a quel paese?
Almeno una volta, tra amici, organizzavamo la tombola degli orrori! Quella sì, che era una prova di civiltà.
Ognuno si portava le cose che più detestava dentro un sacco, si assegnavano le cartelle e si componevano, in ordine inverso rispetto all’inutilità o al cattivo gusto degli oggetti a disposizione, i premi.
E se ti capitava, facendo ambo, un nano da giardino col cappello mozzato, te lo tenevi ed eri costretto a esporlo in casa. Ma almeno era frutto di un gioco, del sano sadismo insito nell’amicizia, non di un regalo inopportuno che non puoi rifiutare o disprezzare.
Per cortesia, i soldi teneteli in tasca, non li voglio i regali!
Ora, ‘sto cazzo di scriba/faraone ‘ndo cazzo lo metto?